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AVELLINO

 

  ∼ Epitteto ∼

 EPITTETO ('Επίκτητος, Epictētus). - Filosofo greco, rappresentante tra i più notevoli (insieme con Seneca e Marco Aurelio) dello stoicismo più tardo. Nato a Ierapoli nella Frigia intorno al 50 d. C., fu schiavo di Epafrodito liberto di Nerone: è a questo periodo che si riferisce l'aneddoto secondo cui, divertendosi il suo padrone a torturargli una gamba, egli ne avrebbe pacatamente predetto la rottura, e, ciò avveratosi, avrebbe con la stessa tranquillità constatato la giustezza della sua previsione. L'aneddoto è stato quasi certamente inventato per illustrare la dottrina di Epitteto dell'indifferenza rispetto al dolore, e insieme per dare spiegazione del suo essere zoppo da una gamba: difetto che dové essere in lui naturale. Come pare, fu lo stesso Epafrodito, che poi lo emancipò, a permettergli di ricevere l'insegnamento stoico di Musonio Rufo (v.), a cui egli rimase poi sempre devoto come a maestro. Liberto, cominciò con l'insegnare a Roma filosofia stoica; ma, costretto ad allontanarsene nell'89 (o poco più tardi) in occasione di uno dei bandi dati da Domiziano ai filosofi, fissò la sua residenza a Nicopoli nell'Epiro, e vi divenne capo di una scuola filosofica assai frequentata. Ivi ebbe scolaro lo storico Arriano di Nicomedia, il quale ci ha conservato una documentazione abbastanza larga del pensiero del maestro, trascrivendone fedelmente le lezioni. Morì nel 138.

Dell'opera di Arriano è conservata soltanto una parte, e cioè i primi quattro libri delle 'Επικτήτου διατριβαί (Epicteti dissertationes), mentre ne sono andati perduti gli altri quattro, insieme coi dodici libri delle ‛Ομιλίαι (altra raccolta di discorsi di E., almeno secondo l'abbastanza sicura attestazione di Fozio, Bibl., cod. 58: secondo un'altra meno probabile ipotesi avanzata inizialmente dallo Schenkl, le ὁμιλίαι avrebbero invece costituito soltanto la terza parte dell'opera complessiva, mentre la prima sarebbe stata formata dalle διατριβαί e la seconda dalle διαλέξεις di cui parla - probabilmente per sua inesattezza - Aulo Gellio, I, 3). Queste dissertationes, quasi stenografate dalla viva voce di E., ci dànno del suo pensiero e del suo stile un quadro anche più fedele di quello offerto dal ben noto Manuale ('Εγχειρίδιον), che Arriano stesso scrisse a compendio della sua opera maggiore (v. l'ottima edizione complessiva di H. Schenkl, Lipsia 1894, 2ª ed. 1916, comprendente le Dissertationes, il Manuale e i frammenti attribuiti, non sempre a buon diritto, a E., e fornita di larghi prolegomeni e indici. Del Manuale, v. la traduzione di G. Leopardi, più volte ristampata).

 Da questo quadro, E. si presenta come il tipico rappresentante dell'ultima stoa, che con rinnovato rigore difende i principî della sua filosofia nell'intenzione di restaurarne l'originaria intransigenza. Come gli ultimi scettici, con Enesidemo, tornavano, rinnegando la media Accademia, a Pirrone, così gli ultimi stoici rifiutano l'eclettismo pratico o universalistico di un Panezio o di un Posidonio e si ricollegano agli antichi maestri. E. è con ciò anche, secondo un'osservazione di cui si valse assai utilmente il Bonhoffer, una buona fonte per la nostra conoscenza della prima stoa. Ma E. va, insieme, più oltre: al di là dello stoicismo egli risale al più remoto cinismo. Di qui l'intimo dissidio, e insieme la caratteristica più spiccata della sua filosofia. La quale è tipicamente stoica nella concezione del mondo come retto da una legge razionale, che convenga assolutamente riverire e obbedire; è anzi in ciò, potrebbe dirsi, più che stoica, perché particolarmente accentuato è in essa il motivo religioso della dedizione al volere divino. E testimonianza caratteristica di questo è anche la favola, che ne sorse (e che provocò poi, in età bizantina, interpretazioni del Manuale a scopo catechetico), del segreto cristianesimo del suo autore. Ma è anche, d'altra parte, cinica, e del più schietto cinismo, quando insiste sul concetto dell'assoluta adiaforia, della quale deve armarsi, di fronte a ogni sollecitazione del reale, chi voglia veramente bastare a sé stesso. Delle cose (dicono già le prime righe del Manuale) alcune sono in nostro potere, altre non sono: ma le prime si riducono, in sostanza, alle nostre funzioni della repulsione e del desiderio, alla volontà in quanto ha per oggetto le cose. Che ci si debba occupare solo di quel che è in nostro potere significa cioè, in sostanza, che chi raggiunge il dominio della sua volontà, domando il suo desiderio, diviene indipendente e autosufficiente a somiglianza di Dio. Come questa superba irreligiosità individualistica, che svalutava il mondo col suo rifiuto, potesse convivere con quella religiosità più che stoica, che vedeva Dio in ogni forma dell'accadere, si può intendere quando si pensi alla concordia delle estreme conclusioni pratiche, le quali, sia che considerassero il mondo assolutamente governato da un fato razionale, sia che lo stimassero indegno dell'interesse dell'uomo, venivano in egual misura a escludere l'uomo dal mondo e il mondo dall'uomo. Ma negli atteggiamenti concreti rispetto alle cose restava il dissidio tragico dell'individuo che di fronte all'universale sapeva soltanto o dissolversi in esso o dissolverlo in sé: un dissidio, che creò nel Manuale il documento più suggestivo di tutta l'etica classica, individualistica e mistica e con ciò precristiana.

 

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